Vccc.us

Vccc.us

Scaricare racconti romani moravia da


  1. Alberto Moravia Racconti Romani
  2. More Roman Tales
  3. '+_.E(b)+"
  4. More Books by Alberto Moravia

Scarica gratuitamente gli audio libri di tre importanti opere di ALBERTO MORAVIA: Gli indifferenti letto da Toni Servillo La provinciale letto da Maria Zampa, nel collaborerà alla sceneggiatura di Racconti romani di Gianni Franciolini. I Racconti romani di Alberto Moravia si riallacciano a una tradizione iniziata dal Belli con la sua opera monumentale e poi continuata da poeti e narratori romani . RAlberto Moravia RACCONTI ROMANI Collana: Tascabili Bompiani Editore: Il biondo, a quelle risate, raggrinzava il naso sotto gli occhiali neri da sole, ma non Pensai che ero capitato proprio nel luogo dove vanno a scaricare tutte le. Racconti romani è un eBook di Moravia, Alberto pubblicato da Bompiani nella collana Tascabili narrativa - Bompiani a Il file è in formato PDF con DRM.

Nome: scaricare racconti romani moravia da
Formato: Fichier D’archive
Sistemi operativi: Android. iOS. MacOS. Windows XP/7/10.
Licenza: Gratis!
Dimensione del file: 27.82 Megabytes

Si je choisis de vous le présenter en sa version originale c'est, qu'à ma connaissance, il n'en existe plus actuellement de traduction intégrale française disponible les Nouvelles romaines parues chez Garnier-Flammarion ne réunissant que trente-six récits. C'est aussi, et surtout, parce qu'on y entend une voix particulière, celle du petit peuple de Rome, cet italien populaire, voire dialectal, si pittoresque et dont aucune traduction ne peut rendre parfaitement les couleurs.

Ce sont de courts récits écrits pour Le Corriere della sera, de ces histoires qu'enfant Moravia aimait à se raconter à voix haute. Des récits très divers mais dont l'ensemble montre pourtant une grande unité. Car ils ont tous pour décor la ville natale de l'auteur, à laquelle il était profondément attaché et pour unique protagoniste ce petit peuple qu'il avait appris à aimer.

Ce sont donc des récits plein de vie, fourmillant de personnages qui parcourent en tous sens la ville et sa banlieue, s'aventurent dans la campagne environnante ou se rendent sur la côte proche pour profiter de la mer. Des personnages qui s'agitent pour subvenir à leurs besoins élémentaires ou réaliser leurs désirs et leurs rêves, pour tenter de sortir de la misère de leur condition sociale en utilisant des moyens pas toujours avouables et , le plus souvent, sans grande réussite.

Ma Moravia ce li descrive,fa in modo che essi ci si presentino,sempre con sincerità,coi loro pregi e i loro difetti,senza esprimere giudizi sui loro comportamenti e lasciando a noi lettori tale compito. Questo libro mi ha riportato a Pasolini,ai suoi "Ragazzi di vita",anche se in Moravia l'uso del dialetto romanesco è molto relativo e limitato al "modo di dire",e il popolo delle borgate appare un po' più ripulito rispetto a quello crudo e feroce descritto da Pasolini.

Un consiglio? Se vi piace l'uno,provate a leggere l'altro. Dei racconti che coinvolgono la classe proletaria di Roma del dopoguerra.

Scarica anche:SCARICO AUDI TT MK2

La più parte trascorsi attorno alle borgate. I sessantuno brevi testi sono implicitamente raccordati dalla presenza, in ciascuno di essi, di un io che è al tempo stesso, di solito, il protagonista del racconto che viene raccontando.

Non un unico io narrante che unifichi dall'alto i diversi aspetti e momenti di questa piccola commedia umana, romana, di metà Novecento, ma tanti "autori" quanti sono i testi. La presenza costante di un io permette un controllo diretto della vicenda. Si è parlato spesso di modi cinematografici del narrare moraviano. Moravia è stato spesso - abbastanza inopinatamente - confuso col neorealismo.

Si tratta di un'etichetta che, pur con qualche oscillazione, egli stesso ha sempre inteso rifiutare: specificamente per quanto riguarda il neorealismo propriamente letterario. I neorealisti italiani - ha varie volte dichiarato, con l'acume critico che gli era proprio - hanno preso dagli americani i difetti peggiori; la stessa tecnica del parlato in presa diretta diviene, da noi, occasione per una sorta di nuova retorica.

Diversa - e sostanzialmente positiva - la considerazione per il neorealismo cinematografico, cui del resto Moravia partecipa ab initio, collaborando a Ossessione di Visconti: e si tratta del film per la cui definizione critico-estetica viene appunto creato il termine di "neorealismo" Certamente, il gusto per il taglio rapido dell'inquadratura, il piacere dell'apparente sprezzatura narrativa, l'uso - del resto, assai sapiente - di una sostanziale povertà di mezzi sono elementi che, pure un po genericamente, possono accomunare i Racconti romani a una sorta di poetica in qualche modo individuabile nei prodotti canonici del neorealismo cinematografico.

Sulla linea dei rapporti tra questo testo e il cinema andrà fatta una osservazione ulteriore. I Racconti romani diventano di fatto il referente letterario, più o meno implicito, per molto cinema italiano degli anni Cinquanta. Già nel Gianni Franciolini ne trae un film con lo stesso titolo, alla cui sceneggiatura, insieme a Sergio Amidei, Age, Scarpelli, Francesco Rosi, collabora anche Moravia.

Il testo di Moravia funziona bene per la trasposizione cinematografica. Che in certi casi sembrano proporsi come una piccola sceneggiatura sostanzialmente già pronta.

Si veda, ad esempio, proprio La parola mamma. Prima scena in trattoria, due personaggi, il protagonista e Stefanini. Il dialogo tra i due non è messo in presa diretta, per battute, ma riferito in discorso indiretto in soggettiva dall'io narrante. In breve tutti i particolari essenziali alla costruzione della scena sono ben delineati.

Il protagonista chiede all'altro di scrivergli una lettera in cui di lui si parli "come di uno che abbia fame, sia disoccupato, abbia a carico la madre malata di un male che non perdona e, per questi motivi, si raccomandi al buon cuore di qualche benefattore, chiedendogli dei soldi per sfamarsi e curare sua madre" Pure Stefanini è "un morto di fame" Ma è un morto di fame con caratteristiche, si direbbe, quasi da intellettuale.

E' "una buona penna": scribacchia articoletti per giornalucoli, compone poesie Alla richiesta non si scandalizza, ci si mette d'impegno, si fa dare un foglio di carta dal trattore, si concentra un poco, scrive rapidamente: ne esce un gioiellino, in cui la parola "mamma" è, ovviamente, la gemma più bella e più variamente incastonata. Per compenso, gli viene pagata la cena in trattoria. Scena seconda, esterno giorno, un villino in Prati zona borghesemente elegante di Roma Il protagonista lascia la lettera con un "oggetto artistico" "un leoncino di ghisa dorata con il piede poggiato sopra una palla di finto marmo"!

E' l'esca per la modesta truffa: l'oggetto dovrà apparire come una specie di regalo - cui naturalmente la persona "omaggiata" risponderà, si presume, con una offerta che, a seguito d'una tal lettera, sarà di certo più sostanziosa. Torna un'ora dopo, s'incontra con l'avvocato. Terza scena, interno giorno, uno studio luminoso, bene arredato, ingombro di carte. L'avvocato è sui cinquanta, faccia gonfia, sembra "un cane San Bernardo" Dialogo tra i due, brillante nell'indicare e suggerire possibili equivoci.

L'avvocato non ama la parola "mamma"; e, quel che è peggio, ha capito subito la truffa. Anche perché - colpo di scena e preannuncio immediato dell'epilogo - un'identica lettera gli era stata portata solo due giorni prima da un altro personaggio. La scansione, il ritmo, il taglio, sono già nettamente cinematografici. La percezione del reale avviene, si potrebbe dire, secondo un razionale e consequenziale senso dell'inquadratura. Ma alla definizione di questa ipotetica inquadratura necessariamente metaforica o potenziale finché permane sulla pagina scritta - concorre in maniera determinante la qualità della scrittura.

Si veda la presentazione di Stefanini: "un morto di fame numero uno, sempre senza un soldo, sempre in cerca di qualche occasione; ma era quello che si chiama una buona penna. Poi, alla fine, quando il protagonista s'accorge che la medesima modesta truffa con quella medesima lettera è stata tentata dallo Stefanini, allora il valore di quest'ultimo viene quasi epicamente innalzato: "Che un poveraccio, un disgraziato come me potesse ricorrere alla lettera, passi.

Ma che l'avesse fatto Stefanini, uno scrittore, un poeta, un giornalista, [] uno che aveva letto tanti libri e sapeva persino il francese, questa mi pareva grossa. E che diavolo, quando ci si chiama Stefanini, certe cose non si fanno" S'innalza l'altro personaggio per tentar d'ingoiare meglio lo scacco subito.

Alberto Moravia Racconti Romani

Nell'ottica delusa e indignata del "poveraccio" protagonista le connotazioni alte dell'altro poveraccio ritornano senza più limitazioni, e crescono di numero e di valore: Stefanini è anche uno che ha letto molti libri, e che sa perfino il francese. Ed è uomo di fama, riconoscibile subito, al solo pronunciarne il nome: "quando ci si chiama Stefanini"!

Assai umorosamente, il gusto per la connotazione non insistita, ma precisa, acuta, calzante e sapientemente mutevole, appunto , rende la pagina densa, viva.

E', in fondo, il gusto, quasi propriamente materiale, per la parola. Ne è spia godibilissima il susseguirsi di battute parzialmente a equivoco tra l'avvocato e il protagonista intorno alla parola "mamma" Che all'avvocato è antipatica, e gli è antipatica "supremamente antipatica" forse proprio "perché ci sono tante emme" Nel dialogo fitto e inatteso, l'insensato, l'assurdo, si fa razionale.

La lucidità, il controllo assoluto della scrittura consentono al racconto di muoversi secondo gli umori e le strutture linguistico-stilistiche dell'uno o dell'altro momento, e, insieme, di mantenere un tono disinvoltamente distaccato. Sono alcuni tra i modi e gli esiti di quel raffinato e complesso - eppure all'apparenza semplicissimo - rapporto tra soggettività e oggettività cui prima accennavo.

Questo senso materiale, pieno, concreto della parola si avverte di continuo nei Racconti. Il pensatore è, su questa linea, veramente esemplare.

Il protagonista-narratore fa il cameriere, e si caratterizza proprio per il suo avere "una faccia da cameriere" E' un vero cameriere: "mai una parola di troppo" Fa quello che gli viene chiesto, nella sua testa echeggiano spaghetti e zuppa inglese, niente di più o di diverso. Per un anno intero non pensa a niente: è cameriere, fa il cameriere, e basta. Poi, all'improvviso, comincia come a disgelarsi: formula pensieri semplici, qualche modesta e fin ovvia osservazione mentale - magari un po irriguardosa - sui clienti.

Comincia a fare una cosa e pensarne un'altra. Comincia, insomma, pure assai prudentemente, a parlare. E le parole, arriva il momento che non si riesce più a trattenerle davvero. L'io percepisce con sorpresa il suo stesso parlare. Le parole escono quasi senza che il soggetto parlante se ne accorga, senza che possa far nulla per trattenerle.

Il cameriere perfetto si trova, quasi inaspettatamente, a parlare: "le labbra mi si muovevano mio malgrado, senza che potessi impedirlo" Cacciato dal ristorante, incontra una guardia, che lo vede parlare da solo e lo ferma. E la solita parola, la stessa che l'aveva fatto cacciare dal ristorante, gli esce di bocca: "avrei voluto riacchiapparla, come una farfalla che scappa fuori dal berretto. Niente di "poetico", beninteso: la scrittura moraviana sa rifuggire sempre da livelli anche solo potenziali di lirismo.

E' come una farfalla, quella parola, "che scappa via dal berretto": comparazione che slitta nel banale, nel consueto, nella mediocre prosasticità, anche dei lemmi con cui si chiude. Arrestato, condannato, e poi uscito di prigione, l'io si accorge che la testa gli si è di nuovo congelata: è ridiventata una testa vuota, che fedelmente registra quanto soprattutto di sgradevole - deve stare a sentire.

Non ci sono commenti, il racconto si chiude su se stesso col personaggio-protagonista-narratore che, sulla battuta cattiva che gli rivolge un automobilista, riconosce d'essere tornato al livello iniziale.

Il racconto è, con tutta evidenza, assai bene in sé conchiuso, anche e proprio nel rapporto stretto che s'instaura tra il suo inizio e la sua fine. La vicenda, pure nei suoi spunti quasi surreali, ha una sua rigorosa compiutezza. La narrazione è godibile in sé, nel rigore dei suoi svolgimenti interni.

More Roman Tales

Eppure, si esce dalla lettura di un racconto come questo con una sorta di disagio addosso. Rimane, vorrei dire, l'inquietudine della parola, delle sue potenzialità. S'incrinano le certezze dei livelli di comunicazione. S'insinua il dubbio sui valori reali del concetto di libertà.

'+_.E(b)+"

Che la metaforica cinepresa di cui prima parlavo la porti a spalla un personaggio sempre d'estrazione popolare o al massimo piccolo-borghese, o con aspirazione a diventarlo garantisce una conduzione disincantata della narrazione. Non ci sono impennate improvvise, gli eventi narrati tendono a equivalersi. Ladri in chiesa racconta, per bocca del paterfamilias, la vicenda di una famigliola poverissima. Vivono in una grotta sotto Monte Mario, marito moglie tre figli.

Il racconto si apre con un ampio segmento 6 comparativo: ". Che fa il lupo quando la lupa e i lupetti hanno fame e stanno a pancia vuota, lamentandosi e bisticciandosi tra loro, che fa il lupo? Io dico che il lupo esce dalla tana e va in cerca di roba da mangiare e magari, dalla disperazione, scende al paese ed entra in una casa. E i contadini che l'ammazzano hanno ragione di ammazzarlo; ma anche lui ha ragione di entrare in casa loro e di morderli.

Quell'inverno io ero come il lupo Tutto è tremendamente naturale: anche la scrittura, che si articola in una estrema semplicità di strutture sintattiche. E anche l'inattesa conclusione epigrammatica appare, in un tale contesto, pienamente naturale: dalla ragione nasce la morte. E', ovviamente, una semplicità costruitissima. Si veda l'insistenza cantilenante delle ripetizioni e riprese "che fa il lupo" "che fa il lupo"; "l'ammazzano" "ammazzarlo"; e il "lupo" stesso, e la "ragione", che compaiono tre volte nel breve spazio di quattro periodi ; si vedano le continue simmetrie interne, per cui i verbi vanno sempre in coppia e generano continui parallelismi "hanno fame e stanno a pancia vuota"; "lamentandosi e bisticciandosi"; "esce dalla tana e va in cerca"; "scende al paese ed entra"; "entrare E si osservi l'accortissimo chiasmo che bilancia sapientemente i termini fondamentali, etici, della questione: "tutti hanno ragione e il torto non ce l'ha nessuno"; e la violenta contraddizione in termini, "nasce la morte", con cui viene sigillata la scena bestiale che fa da sfondo semanticamente tanto prossimo a quella umana.

Il tutto a rendere un tono di parlato che, con naturalezza, introduca il rapporto avvertito come assolutamente naturale tra exemplum del mondo dei lupi e condizione del protagonista e della sua famiglia. Per sfamare la famiglia "dar da mangiare agli affamati" marito e moglie decidono di nascondersi in una chiesa, farcisi chiudere la notte, rubare qualche gioiello offerto a una statua della Madonna.

La donna si ferma a pregare, come per "premunirsi per quanto poteva"; lui s'addormenta. Viene svegliato da sacrestano, parroco, guardie.

Evidentemente, la moglie deve aver rubato una collana di lapislazzuli posta dentro una vetrinetta. Al commissariato la donna, come invasata, urla che è stata la Madonna stessa a darle la collana; e a tratti grida: "Uomo inginocchiati davanti al miracolo" La portano via forse in infermeria , l'uomo rimane solo col commissario: "voleva sapere da me se mi risultava che mia moglie fosse matta e io gli risposi: "Magari lo fosse davvero"; pensando che i matti non soffrono e le cose le vedono come pare a loro.

L'evento straordinario, come la pazzia, si situa assolutamente sullo stesso piano della normalità quotidiana. Anche narrativamente: in fine di racconto, il protagonista-narratore acquisisce e propone come naturale che la Madonna sia scesa dall'altare e abbia dato la collana a sua moglie. Tutto è innanzitutto nella resa linguistica, che non presenta accentuazioni di sorta - sullo stesso livello: come i modi di vita che tanto strettamente apparentano, in avvio di racconto, l'uomo al lupo.

L'uomo, in fondo, è una sorta di termine mediano tra la bestia e la divinità, prossimo all'una e all'altra; né l'una né l'altra realmente lo sconvolgono.

Lo scorrere del reale sembra fatto apposta per essere raccontato. Le parole eguagliano tutto e, insieme, a tutto danno una sorta di risalto medio. Il raccontatore propone se stesso e gli altri e le vicende sue e altrui senza scarti clamorosi. Il reale, si direbbe, è davvero razionale. E primo elemento razionale è la scrittura che organizza la narrazione; e traduce e invera, in termini razionalmente, logicamente, comprensibili, quel reale.

More Books by Alberto Moravia

Le avevo fatto la corte in tutti i modi: prima rispettosa, galante, insinuante; poi, vedendo che non mi dava retta, avevo provato ad essere più entrante e aggressivo, aspettandola a mezza scala, sul pianerottolo più buio, cercando di baciarla per forza: ci avevo guadagnato qualche spintone e, per finire, uno schiaffo. Allora avevo pensato di fare lo sdegnoso, l'offeso, di non salutarla, di voltarmi dall'altra parte quando l'incontravo: peggio, pareva che non fossi mai esistito.

Finalmente, mi ero fatto implorante, supplichevole, fino a pregarla con le lagrime agli occhi che mi volesse bene: niente. E almeno mi avesse scoraggiato completamente, una volta per tutte. Ma, maligna, proprio quando stavo per mandarla al diavolo, mi ripigliava con una frase, uno sguardo, un gesto.

Il protagonista si abbandona al piacere di raccontare, di raccontarsi. Non disdegna certo, in questo caso, quasi di ostentare certe disposizioni della retorica che possono dare maggior forza alla sua 7 autopresentazione.

Punta al crescendo: la corte è "prima rispettosa, galante, insinuante"; e c'è una climax evidente anche al momento in cui la tattica conquistatoria muta radicalmente: si va, attraverso accorta gradazione, dal "fare lo sdegnoso" al "voltarsi dall'altra parte" Si perviene al patetismo struggente, anch'esso, al suo interno, in crescendo: dall'implorazione alle "lagrime agli occhi" Al massimo della tensione, quasi un capovolgimento, evitato per un soffio.

E il contrappunto tra i modi elementari e sbrigativi della donna "una frase, uno sguardo, un gesto" e l'ampiamente architettato tentativo di conquista dell'uomo abbassa la tensione retorica anche se in effetti con un ulteriore artificio narrativo , riporta il racconto al livello stilistico medio.

L'uomo è rapportato a degli oggetti - per giunta abbastanza superflui, puramente ornamentali. Anche in tal senso, un corteggiatore vale l'altro: ancora, a ben guardare, nei modi e nella sostanza del narrato, un porre un po tutto, e tutti, su uno stesso livello. Il personaggio che scrive "io" delinea e descrive gli eventi di cui è quasi sempre partecipe e spesso protagonista insieme con rapidità e con minuziosa attenzione per certi particolari.

Vi è in taluni casi, per tornare anche alla metafora cinematografica già usata, una sorta di primissimo piano che investe persone e oggetti. E' una tecnica che, per esempio, il narratore assai accortamente impiega in un racconto esso stesso senz'altro "cinematografico", Faccia da mascalzone.

Il protagonista, si capisce che è stato impiegato alle poste, e che in uno squallido ufficio postale ha conosciuto una Valentina, dolce e orgogliosa, con la "faccia bella", una che pensava sempre al cinema, che leggeva sempre di cinema, andava sempre al cinema, sperava di far cinema.

Lui se n'era un po innamorato; ma lei, con lui, non ci voleva uscire: "ci hai una faccia troppo brutta Capita all'ufficio postale un giovanotto che lavora nel cinema, vede Valentina, le dice che stanno cercando una faccia proprio come la sua, la invita a recarsi agli studi cinematografici. Lei ci va, e si fa accompagnare dal protagonista.

Ma piace, invece, proprio la faccia da mascalzone di lui. Sono specializzato in particine di sfondo, anche mute, di teppista, sfruttatore di donne, baro, ladruncolo, e simili.

Da ultimo ho saputo da un antico compagno dell'ufficio pacchi che ho incontrato per strada, che Valentina si è fidanzata con un impiegato del fermo posta, quattro sportelli più in là del suo Al momento in cui racconta, il protagonista lavora nel cinema: l'ufficio postale, Valentina, la vicenda che tanto casualmente l'ha condotto all'occupazione attuale e al momento del racconto, della scrittura sono fatti evidentemente abbastanza lontani nel tempo. Ma questa distanza cronologica non stempera i particolari; anzi, sembra accentuarli.

La grazia garbata di Valentina è il risultato di una serie di particolari: i capelli castani ondulati, un po da scolaretta; gli occhi come "due stelle tranquille"; il viso tondo e un po pallido; e poi - particolare inconsueto, rivelatore di un occhio attentissimo a scandagliare - il "dito rosa di ragazza seria che non si tinge le unghie" La persona non è vista nella sua interezza, è segmentata, come sezionata inquadrata e focalizzata negli elementi fisici che soli compaiono allo sportello postale.

Poco più avanti, di Valentina che si reca agli studi cinematografici, verrà segnalato solo l'abbigliamento; e, nell'abbigliamento, la presenza, addirittura, di quattro fiocchi e fiocchetti.

Sono effetti stranianti.


Articoli popolari: